In molti si aspettavano che “Joker” vincesse il Leone d’Oro alla Mostra di Arte Cinematografica di Venezia. Non era facile, tuttavia, prevedere l’entusiasmo e l’ondata di applausi che hanno accompagnato la proiezione dell’opera di Todd Phillips.

Principale artefice di questo successo, il protagonista Joaquin Phoenix, ineguagliabile nel vestire in modo quasi simbiotico i panni di un personaggio oscuro e controverso, disturbato e disturbante.

Più Arthur che Joker (tende a prendere le distanze dal villain dei fumetti di Batman, privilegiando la narrazione del travaglio esistenziale dell’uomo che gli ha dato vita), l’attore statunitense sembra muoversi con disinvoltura nelle pieghe della personalità deviata del clown, aspirante comico di cabaret, ostaggio di una società soffocante e cieca di fronte ai bisogni dell’altro.

Joaquin Phoenix

Ed è proprio quando lo stato di frustrazione e abbandono trasforma Arthur in Joker che lo sguardo ceruleo di Joaquin si riflette nell’anima del pagliaccio dall’inconfondibile sorriso slabbrato e la risata sguaiata. A differenziarlo dalla schiera dei suoi illustri predecessori, l’ancheggiare ritmico, simile a una danza, e la fragilità che lo rende più umano, marchiati Phoenix.

In conferenza stampa, quest’ultimo appare un pò inquieto, come nel suo stile, ma anche complice con il regista e orgoglioso di quella che ha definito “l’esperienza più emozionante della sua carriera”. E già si parla di Oscar…

Il suo Joker è stato definito un “Amleto americano”… quanto l’hanno influenzata le interpretazioni passate?

“La cosa che mi attraeva maggiormente in questo film era fare qualcosa di completamente “nostro”, senza regole. Ecco perchè non mi sono ispirato a nessuno, distanziandomi da ogni precedente”.

Anche il modo in cui ha approcciato il personaggio è stato “senza regole”?

“Mi sono limitato a mettere a fuoco alcuni lati del suo essere per poi fare subito un passo indietro, desiderando rimanesse un’aura di mistero. Durante le riprese continuavamo a scoprire nuovi aspetti di Joker e questo è accaduto fino all’ultimo giorno di lavorazione. Non ho mai interpretato un ruolo del genere”.

Come si è preparato fisicamente ed emotivamente?

“Ho iniziato con l’affrontare il tema della perdita e di fatto ho anche perso molto peso, cosa che ha avuto ripercusssioni psicologiche. Mi sono confrontato a lungo con Todd (il regista) sulla sceneggiatura e insieme abbiamo letto un libro sui diversi tipi di personalità, ma non ho fatto rientrare il personaggio in nessuna di queste. Volevo avere la libertà di non classificarlo e che neppure uno psichiatra fosse in grado di identificare le sue problematiche, i suoi conti in sospeso con la vita”.

Qual è stata la fase più complessa?

“Iniziare. Non sapevo se sarei stato in grado di essere Arthur/Joker, poi Todd mi ha inviato per iscritto dei suggeri- menti. Da lì tutto si è sviluppato e ho cominciato a entrare nella pelle del clown di Gotham City”.

A proposito di difficoltà, parliamo della famosa risata…

“Quando Todd mi aveva descritto come avrebbe voluto rappresentare Joker, si era soffermato sulla risata come esternazione di dolore, una parte di lui che cerca disperatamente di emergere. Mi è parsa una buona chiave di lettura e un modo nuovo di interpretare una cosa già vista. Dubitavo, tuttavia, di essere in grado di realizzarla e ho dovuto chiedere al regista (che lo guarda sorridendo) un’audizione specifica. Alla fine ci sono riuscito, ma solo dopo un lungo lavoro: non volevo risultasse una cosa ridicola”.

La scena del ballo, invece?

“È un momento essenziale del film perchè segna la trasformazione da Arthur in Joker. Il movimento del corpo e la musica evidenziano la metamorfosi”.

Si sente maggiormente attratto da personaggi controversi, tormentati?

“Sono stato più attratto dalla luce di Arthur, dalla lotta interiore per cercare la felicità, il calore che gli mancava, che dal suo tormento. Questi, a mio avviso, erano gli aspetti da sviluppare”.

È arrivato a mettere un pò più a fuoco la personalità dello storico antagonista di Batman?

“Negli otto mesi di lavorazione ho esplorato questo personaggio così complesso per capire com’era in origine e com’ è diventato. Si tratta di una personalità impossibile da definire in ogni suo aspetto e, di fatto, non volevo nemmeno farlo perchè avrebbe significato tradirne la natura. Sul set non abbiamo mai rispettato le decisioni iniziali e poche volte è stato possibile fare previsioni, ma proprio questo ha reso il tutto molto stimolante. Alla fine sono arrivato alla conclusione che Joker sia tante cose insieme, in continua evoluzione”.