Concettualismi e minimalismi gli sono estranei, il suo sguardo è volto al passato, ai modelli eccelsi della pittura figurativa rinascimentale: nordeuropea, spagnola, italiana. Eppure fra pelo e pelo del suo finissimo pennello è la contemporaneità a impigliarsi, a raggrumarsi in più o meno agre schegge di un pensiero critico che si volge soprattutto al ruolo dell’artista, sia nella società sia nel più o meno ristretto ambito dell’arte.

La qualità pittorica delle sue tele è evidente. Le tecniche da lui adottate, per la stesura del colore a olio (a base di sostanze “antiche”: minerali e vegetali) o a tempera all’uovo (innumerevoli le velature, fino alla verniciatura finale) su tavola incamottata, parlano il linguaggio della storia dell’ars picturae.

Non c’è compiacimento formale, anche se qualcuno potrebbe insinuare che talvolta i soggetti appaiono come desunti da un erbario o da manuali di zoologia ed entomologia: il bicchiere con le rose dai mille petali, la zolla fiorita, il volo d’uccelli e d’insetti finemente descritti, che si inarca al di sopra di paesaggi intinti di immensità.

Maurizio Bottoni, La morte della Morte, 2014

Al contrario nelle sue opere serpeggiano freschezza d’ispirazione e poesia o, all’opposto, anche se talvolta sapientemente smorzato, il guizzo provocatorio dell’estro di chi vuole andare ben oltre la pelle delle cose, leggerle in profondità, sviscerarne il senso nascosto, talvolta anche tragico, con acutezza sempre pungente.

Ecco dunque Maurizio Bottoni, novello pictor optimus secondo una definizione di dechirichiana memoria.

L’incontro con il maestro della Metafisica fu fugace eppur destinato a lasciare in lui una profonda eredità morale e artistica: “Non sono un pittore originale, ma originario”, confidò Giorgio De Chirico al giovane Bottoni che afferrò al volo il significato di tali parole.

La consapevolezza della tradizione pittorica, che apparteneva alle generazioni passate, si condensava nelle tele dell’ artista italiano, nativo di Volo, in Tessaglia, l’ultimo nodo di quel fil rouge della più nobile figurazione pittorica che si è dipanato nei secoli in Europa fino al Novecento.

Spiega oggi Maurizio Bottoni

“Mi identifico nella corteccia dell’albero come nell’insetto, amo immedesimarmi in ciò che dipingo, immergermi nel dato reale, per quanto ‘minimo’ esso possa essere”.

Conclude sorridendo: “Un esempio che può in qualche modo suggerire un parallelismo quanto a identificazione tra pittore e soggetto della pittura: Ligabue dipingeva un leone e iniziava a ruggire…”.

“Oltre l’immagine” si pone dunque come titolo eloquente per una mostra che permette di afferrare uno dei capi di quell’intrecciato filo di pensiero che allaccia le 54 opere esposte oggi in un percorso omogeneo e coerente, dipanato dagli anni Novanta a oggi.

Ecco i “Boschi”, magici e vellutati dell’infanzia vissuta dall’artista nelle valli bergamasche; gli animali“la natura viva” -, spesso intinti di un’aura di religiosità, come “Asino” o “Trittico delle Api”; le vanitas, fra cui l’emblematico “Ecce Pictura”, ovvero la testa mozzata del pittore servita su di un piatto affollato di mosche come un San Giovanni Battista del Terzo Millennio, e “Unknown”, teschio dalla zazzera albina, ovvero l’icona warholiana consegnata all’effimerità della fama e incastonata in una nicchia alla Cotàn; i soggetti propriamente mistici: “Corona di spine”, “Agnello Mistico”, “Covone di spighe”.

Maurizio Bottoni, Covone di spighe

Infine, nella sezione “Oltre l’immagine”, “Zolla” (una citazione düreriana) e le nature morte: “Pane con mosche” o “Zucca appesa”. “Scopo della pittura è far pensare”, sostiene l’artista, che negli ultimi anni è rifuggito dalla rappresentazione della figura umana. “Il motivo è semplice.

Oggi nella nostra società non c’è volto d’uomo che dia un alito di speranza. Il mio ‘Volo d’insetti’ adombra l’idea della fuga da una quotidianità che significa spesso disagio. Solo la natura animale e vegetale offre la verità, la visione ‘primaria’ del reale, senza infingimenti di sorta”.

Quale dunque l’origine di uno stile che guarda al passato e che in cinquant’anni di lavoro non ha mai sconfessato le sue radici? “Sono cresciuto nella Bergamasca, una terra che negli anni Cinquanta, immersa in una natura incontaminata e rigogliosa, aveva ancora un qualcosa di feudale. Inoltre, mi sono alimentato in modo spontaneo della storia dell’arte che ‘leggevo’ nelle riproduzioni di opere di Leonardo o Raffaello, conservate nella casa di famiglia.

Le studiavo e mi esercitavo nel disegno, incoraggiato anche dalla nonna paterna che vedeva in me l’artista in nuce da spronare verso un futuro luminoso”. Peccato che oggi, secondo Maurizio Bottoni, latitino il respiro cosmico e la spiritualità che animavano i capolavori del passato. “La pittura non è infatti solo intessuta di belle pennellate, deve racchiudere, in un’interiorità che va esplorata, un messaggio”, sottolinea. Emblematico il piccolo dipinto intitolato Uovo.

Raffigurato il piatto nella sua integrità, il pittore ha proceduto a sovrapporre a esso l’immagine dell’uovo e dell’uovo ha iniziato col riprodurre l’interiorità,

un embrione alla terza settimana di incubazione, per poi occultarne successivamente, per stratificazioni pittoriche, la rappresentazione, aggiungendo membrana e guscio, fino a offrire la visione di un uovo integro in ogni sua parte. Il percorso è documentabile solo a livello fotografico e l’artista-demiurgo rimarrà testimone unico del processo compiuto a livello compositivo, fino al raggiungimento dell’esito finale.

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