Rappresentare una cultura attraverso il suo alfabeto: quale mezzo migliore per appropriarsi dei suoi contenuti e dare voce alla sua essenza? Lo scultore spagnolo Jaume Plensa (Barcellona, 1955), figlio di un appassionato bibliofilo ed egli stesso intimamente nutrito fin dall’adolescenza di testi letterari – da Shakespeare (al “Macbeth”, per esempio, ha dedicato alcune opere) a William Blake, fino a William Faulkner o Elias Canetti, introduce da tempo nella sua ricerca plastica segni scritturali, plasmandoli nel metallo e “componendoli” nelle sue opere fino a costruire forme, fra le quali spiccano spesso figure antropomorfe come metafora del luogo fisico dove conoscenza e pensiero creativo si incontrano: l’uomo e la sua mente.

Jaume Plensa, IMAGES COURTESY OF THE ARTIST AND RICHARD GRAY GALLERY, CHICAGO

Nel contempo, elabora gigantesche teste di giovani donne dalle palpebre e labbra ermeticamente chiuse, manipolate e allungate digitalmente, fino a omologarle a icone di pura idealità, seppur ognuna di essa conservi nel titolo il suo nome di battesimo come prova di certa individualità: Isabella, Carlota, Rui Rui, Paula, Laura Asia, … Attraverso di esse esalta il silenzio, la negazione della comunicazione verbale: ovvero la fuga dalla concitazione della vita quotidiana e il raccoglimento interiore.

Emblematico a questo proposito l’incipit della mostra “Secret Garden”, tenutasi a Chicago, segnato dall’opera Julia’s Words: un volto di donna con il dito della mano alzato, appoggiato alle labbra, come esplicito invito al silenzio.

Questa e altre opere dell’artista sono state esposte infatti alla Gray Warehouse e alla Richard Gray Gallery Hancock, in una spettacolare duplice kermesse: la prima, intitolata appunto “Secret Garden”, composta da un nucleo centrale di sculture fuse per la prima volta in acciaio inox, ovvero teste dall’onirica patina opaca, ma irrorata di luce, e da altre in legno, bronzo e alabastro, più un nutrito corpus di opere su carta; la seconda, “One Thought fills Immensity”, un’antologica di opere più o meno recenti, dal 1989 al 2002 (catalogo monografia Skira Rizzoli). Fuori, al Millennium Park, continua intanto a stagliarsi la monumentale “Crown Fountain” creata da Plensa nel 2004, un mix di teatralità e tecnologia, da cui l’elaborazione delle sue monumentali teste prese slancio e che oggi testimonia il profondo legame che l’artista spagnolo ha instaurato con la metropoli statunitense.

“Un’opera in un luogo pubblico spesso è solo un pretesto: non è l’opera in sé che conta, ma quello che genera intorno nello spazio”

ha dichiarato l’artista. Certamente la forza di attrazione che l’installazione di Plensa esercita si intuisce anche dalla partecipazione di pubblico che ha fatto dell’opera un punto di aggregazione non solo sociale, ma anche ideale per chi abita la città, o per chi si trovi lì anche solo di passaggio. Lo stesso ruolo di fulcro catalizzatore appartiene a Echo, la candida testa che dal 2014 svetta, come un’apparizione totemica, a Seattle, all’Olympic Sculture Park, o è appartenuto agli eterei volti di donna che a Venezia giganteggiavano durante la Biennale d’Arte del 2015 all’Isola di San Giorgio Maggiore.

CROWN FOUNTAIN, MILLENNIUM PARK, CHICAGO, 2014. GLASS, STAINLESS STEEL, LED SCREENS, LIGHT, WOOD, BLACK GRANITE AND WATER. TWO 16-METRE-TALL TOWERS UPON A WATER SHEET. PHOTO LAURA PLENSA.

Le opere di Jaume Plensa, siano esse di bronzo, ferro, acciaio, alluminio, ottone, marmo, alabastro, legno, o fiberglass, sempre racchiudono in sé la memoria dell’artista e, soprattutto, la storia del materiale in cui sono state realizzate. Non a caso, il bianco marmo di Almeria, introdotto dal maestro in sculture recenti, proviene dalle antiche cave andaluse, già attive ai tempi dei Romani.

Mentre il filo di acciaio di tradizione post industriale, che – intrecciato a maglie aperte e incompleto alla base disegna una serie di teste del 2016, suggerisce il senso del non finito e dell’imperfezione, da sempre metafore della condizione umana.

CARLOTA, LAURA ASIA, ISABELLA, PAULA, RUIRUI, 2016, STAINLESS STEEL. FROM THE EXHIBITION “SECRET
GARDENS”, CHICAGO. PHOTO JIN PRINZ

È in queste opere, più che in ogni altra, che la scultura, lasciando che lo sguardo “oltrepassi” la sua materialità per coglierne l’“anima”, simbolicamente diventa territorio aperto, attraverso il quale è possibile addentrarsi in intimi recessi in genere preclusi alla vista e alla conoscenza. Riportiamo infine una metafora cara a Plensa: “Pensiamo a una bottiglia lanciata nell’oceano; come artista, tu non sai chi leggerà il tuo messaggio e entrerà in dialogo con te”.

Si tratta dunque di un pensiero rivolto a un pubblico che lo scultore, affidandosi alla sorte, non conosce, ma che certamente non potrà che emozionarsi al cospetto delle sue creazioni così ricche di spiritualità.

CHLOE, JULIA AND LOU, 2016, MARBLE. FROM THE EXHIBITION “SECRET GARDENS”, CHICAGO. PHOTO BY TOM ROSSITER

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