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Juan Muñoz nasce nella capitale spagnola il 17 giugno 1953, secondo di sette figli. L’animo ribelle e il cuore d’artista si palesano fin dall’adolescenza. Appena dodicenne viene espulso dalla scuola media per il suo comportamento burrascoso. Erano gli anni della ormai avviata Dittatura Franchista (1939-1975) e il sistema scolastico, come ogni altro dispositivo sociale, era impregnato di cieco autoritarismo.

Ma, proprio per la sua natura oppressiva, il governo franchista doveva fare i conti con la linfa della ribellione. Proseguendo gli studi presso altri edifici scolastici, durante l’adolescenza Muñoz è studente di Santiago Amón, poeta e critico d’arte del quotidiano spagnolo El País e fondatore del giornale Nueva Forma. Egli, dietro un insegnamento tradizionale come il latino, somministrava pillole di Letteratura Moderna e Avanguardie Artistiche agli alunni più famelici, come il futuro scultore madrileno.

Dopo un’infarinatura intellettuale di Architettura nel paese natale, a diciassette anni Muñoz si trasferisce a Londra insieme al fratello Vincente, dove visita assiduamente la National Gallery e si avvicina alla Storia dell’Arte. In Inghilterra frequenta la Central School of Art and Design e il Croydon College of Design and Technology, che contribuiscono alla poliedrica formazione dell’artista. Conosce anche la scultrice spagnola Cristina Iglesias, che presto sarà sua moglie.

Juan Muñoz, A Room Where it Always Rains, Barcellona,1992
Juan Muñoz, A Room Where it Always Rains, Barcellona, 1992

In un programma radiofonico rimasto inedito (Third Ear, 1992), Juan Muñoz sostiene che ci siano due cose impossibili da mettere in scena: il presente e la morte. L’unico modo per poterne parlare è renderli assenti. Tale atteggiamento emerge in particolare da alcune prime opere non figurative, installate in spazi che smettono di essere vuoti solo grazie alla presenza malinconica dello spettatore.

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Pensiamo alla sua prima personale alla Galería Fernando Vijande a Madrid (1984). Lo spazio era dominato dall’installazione El General Miaja Buscando el Río Guadiana (1984), composta da quattro sculture in metallo a forma di balconi collocati su altrettante colonne. Gli elementi architettonici evocavano uno scenario urbano disturbante, in cui il pubblico era al tempo stesso colui che osserva e colui che è potenzialmente osservato dall’alto dei balconi.

Nella stessa occasione fu affissa a parete Spiral Staircase (1984), la copia in metallo di una scala a chiocciola. Inaccessibile data la sua collocazione a muro, la scala perdeva la sua tipica funzione e lasciava il pubblico ancora una volta interdetto. Con l’ingresso della figura umana nella pratica scultorea di Muñoz  la dicotomia presenza/assenza non fa che accentuarsi.

Conversation Piece (1994), esposta per la prima volta nel cortile dell’IMMA, è una serie di personaggi dal volto e mezzo busto umano ma sprovvisti delle arti inferiori, sostituiti da basi sferiche. Ciascuna figura è realizzata in resina, tessuto e sabbia. Occupa lo spazio, assumendo pose diverse, mentre conversa, osserva o ascolta fatti ed eventi che rimangono taciuti e incomprensibili allo spettatore. Se come sostiene il sociologo Georg Simmelin Sociologia (1908, capitolo nono: Lo spazio e gli ordinamenti spaziali della società), uno spazio si definisce in base alle relazioni sociali che sottintende, chi si imbatte in tali sculture sente quasi di esser di troppo, finito per caso in una sorda conversazione, sprovvisto di strumenti per parteciparvi attivamente.

Juan Muñoz, Double Bind & Around, Hangar Bicocca, Milano, 2015
Juan Muñoz, Double Bind & Around, Hangar Bicocca, Milano, 2015

L’anonimità dei connotati, l’uniformità cromatica, la distorsione prospettica e la guisa conforme di ciascuno dei pezzi scultorei, rimandano, inoltre, al livellamento sociale tipico delle società di massa. Negli anni successivi il repertorio figurativo si arricchisce di nuovi personaggi: ballerine, ventriloqui e nani occupano lo spazio come presenze distanti e destabilizzanti. Hanging Figures (1997) è una serie di acrobati dallo sguardo sardonico pensati per esser allestiti a testa in giù, appesi al soffitto come suicidi isterici. L’opera è ispirata al capolavoro di Edgar Degas Mademoiselle La La al Circo Fernando del 1879, in cui l’artista rappresenta un’acrobata in un ardito scorcio dal basso.

The Prompter (1988) si presenta, invece, come un palcoscenico dalla pavimentazione 3D in pieno stile Barocco, su cui si posa il calco di un nano inserito in una nicchia, che rimanda alla buca del suggeritore – elemento tipico del teatro di prosa e dell’opera lirica. Il pubblico, grazie anche alla presenza di un tamburo poggiato in modo precario sulla parete di fondo, è stimolato a immaginare uno spettacolo, o ad attenderne l’imminente inizio.

L’interesse per il teatro di Juan Muñoz non è certo un segreto, considerata anche la sua attività radiofonica legata alla drammaturgia sonora. Il pubblico è un elemento che diviene progressivamente imprescindibile nella sua ricerca, il cui Everest (temporale, spaziale e sostanziale) si può considerare Double Blind (2001). Ideata nel 2001 per la Turbine Hall della Tate Modern di Londra, e riadattata negli spazi industriali di HangarBicocca (2015), l’immensa installazione era formata da tre livelli, collegati in primis da due ascensori vuoti in moto perpetuo.

Lo spettatore poteva fruire la vastità dell’opera estesa su tre livelli dall’alto di una scala, volgendo lo sguardo verso il basso. La scenografia prevedeva la presenza su diversi piani di una pavimentazione ricoperta da pattern geometrici ottici, giochi di luce/ombra che creavano vuoti illusori e statue dalle espressioni assorte e in contemplazione, inserite all’interno di ambienti sinistri, caratterizzati da griglie e finestre serrate. Il titolo dell’opera Double Blind era ispirato alla teoria enunciata dall’antropologo francese Gregory Bateson sulle incongruenze comunicative che possono sorgere tra individui, quando la volontà del discorso pronunciato dal mittente differisce dalle intenzioni dello stesso percepite dal ricevente.

Quest’opera scultorea, ma anche teatrale, è in un certo senso il testamento imprevisto di Juan Muñoz, che si spense per infarto il 28 agosto 2001.

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Arianna Cavigioli
Arianna Cavigioli (Milano, 1995), laureata cum laude nel corso triennale di Pittura e Arti Visive, con una tesi che analizza numerosi casi studio di exhibition display novecenteschi che sfuggono dalle logiche museali del White Cube; ha conseguito cum laude la laurea magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali, grazie a un progetto, in pubblicazione con Mimesis edizioni, sul ruolo della resistenza culturale durante l’assedio di Sarajevo (4 aprile 1992-29 febbraio 1996). I suoi progetti espositivi sono stati ospitati da La Fabbrica del Vapore, Current gallery, Fondazione Pini, StudioEo e Fondazione Brugnatelli .