Fu in Francia, a Parigi, presso la galleria diretta da Ileana Sonnabend, ex moglie di Leo Castelli, che nel 1967 Tom Wesselmann ricevette il battesimo europeo. A New York aveva già da tempo conquistato la fama e il suo ingresso nel Vecchio Continente non poteva che essere accompagnato dal successo.

Tom Wesselmann, 1962

La fortuna aveva arriso presto al giovane di Cincinnati che, giunto nella Grande Mela negli anni ’50, era divenuto in breve, insieme a Lichtenstein, Oldenburg, Rosenquist, Warhol, uno dei più interessanti interpreti newyorkesi di quella tendenza internazionale del secondo dopoguerra, denominata Pop Art, che attingeva al mondo dei consumi, al fumetto, al cinema, alla pubblicità.

Già nel 1958 Wesselmann aveva esposto con Jim Dine alla Judson Gallery, nei pressi di Washington Square, proponendo collage “a ritratto” e nel ‘60 i suoi nudi femminili avevano suscitato sconcerto e plausi presso la Tanager Gallery, sulla 10th Street, all’East Village. Tra il 1962 e il 1964 i Great American Nude, imponenti con gli oltre due metri di altezza, avevano stupito alla Green Gallery, 57th Street, per l’inserimento, grazie alla tecnica del collage e dell’assemblage, di ritagli da manifesti pubblicitari o cinematografici, di foto da riviste di moda, o, addirittura, di oggetti reali, estrapolati dalle scene domestiche: radio, telefoni, finestre, ventilatori.

Ecco oggi Wesselmann ritornare in Europa con alcune delle opere che lo resero celebre e approdare in quello stato cosmopolita, e assai vicino alla Francia per cultura e storia, che è il Principato di Monaco con la rassegna “Tom Wesselmann. La promesse du bonheur”. Realizzata in collaborazione con The Tom Wesselmann Estate di New York, che ha prestato la maggior parte delle opere, e curata da Chris Sharp, con il coordinamento scientifico di Cristiano Raimondi, è allestita a Villa Paloma, Nouveau Musée National de Monaco.

Quale fu dunque il contesto artistico in cui Wesselmann mosse i suoi primi passi a New York? Certamente si respirava, qui come nel resto del mondo, il senso di benessere e di fiducia in un roseo futuro che la ripresa economica stimolava.

Negli Stati Uniti gli artisti intendevano prendere le distanze dall’Espressionismo Astratto americano, sia da quello di tipo “gestuale” – i cui empiti neoromantici non erano consoni ai tempi del consumismo in piena ascesa – sia da quello “freddo”, sviluppato da Rothko o Barnett Newman. Jasper Johns era stato maestro in questa loro “emancipazione”, quanto a ironia e gusto per la provocazione. Il loro sguardo, fra neodada e post-surrealismo, si appuntava sulla quotidianità per dar vita a un nuovo repertorio iconografico figurativo giocato sull’immediatezza visiva e sull’appropriazione simbolica dei segni del benessere tipici della società dei consumi.

Tom Wesselmann, Big study for great american nude #75

Gli oggetti ritratti, o inseriti, nelle loro composizioni apparivano volutamente privi di tracce del vissuto individuale. Ogni lattina di zuppa, barattolo di maionese, sigaretta o lipstick erano intonsi, caratterizzati da un’indefettibile conformità seriale. Molti degli artisti intrattenevano, o avevano intrattenuto, rapporti con il mondo della pubblicità e della comunicazione di massa e dovevano anche alle esperienze professionali il loro interesse per oggetti divenuti feticcio nell’immaginario collettivo.

Wesselmann non fu da meno, essendosi in prima battuta dedicato assiduamente al fumetto. Ma, come riportò la storica dell’arte Pop Lucy Lippard, l’artista nel ’63 annotava: “Si comincia a sentire una specie di culto nostalgico, la gente adora davvero Marylin Monroe o la Coca-Cola. L’importanza data alle cose usate dall’artista non conta… Io adopero l’illustrazione di un cartellone perché è la rappresentazione reale e particolare di qualcosa, non perché viene da un cartellone. Le immagini della pubblicità mi eccitano soprattutto per quello che posso cavare da loro”.

Tom Wesselmann, Dropped Bra

Nella mostra a Villa Paloma le venticinque opere esposte, databili dal 1963 al 1992, illustrano l’evoluzione stilistica della produzione di Wesselmann. Si va dal Great American Nude #53 (olio e collage su tela, 1964) con relativo disegno preliminare (1963), al Bedroom Face with Lichtenstein/ Artist’s Variation (olio su alluminio cutout, 1988-1992).

La varietà di materiali e tecniche fu applicata da Wesselmann soprattutto in funzione plastica. Plexiglas, alluminio, acciaio, cartone, dipinti a olio o ad acrilico, concorrono alla formulazione di opere aggettanti, modellate, sagomate, spesso disposte su più piani, dagli effetti spettacolari e magnetici.

L’appeal erotico delle figure femminili, veri compendi di pura joy de vivre (la moglie Claire Selley, sposata nel ’63, è uno dei suoi soggetti preferiti, nuda, il corpo abbronzato e i segni del bikini ben in vista, a dimostrazione della perenne vacanza spensierata trascorsa sotto il sole dell’Atlantico),

e la loro linea sinuosa da odalische contemporanee parlano il linguaggio delle modelle matissiane, “arabeschi” di voluttuosa sensualità che qui, in Côte d’Azur, rivestono un significato del tutto speciale. In particolare, Chris Sharp parla di “pornotopia” – rifacendosi agli studi sui rapporti fra sessualità ed economia condotti dal critico statunitense Steven Marcus là dove l’ostentazione di parti anatomiche femminili e maschili entra nel campo visivo insieme a quella di turgide arance, fiori carnosi, o patinati flaconi cosmetici, come in Bedroom painting #4 (1968). In una sorta di mercificazione degli attributi sessuali, ripresi in close-up e assimilati, al pari di oggetti, a promessa di eterna felicità.

Photo courtesy of the Estate of Tom Wesselmann, licensed by Vaga, New York