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Legato indissolubilmente alla cultura della sua terra, l’Armenia, ma immerso nel milieu artistico newyorkese della prima metà del ‘900, Arshile Gorky fece da tramite fra Europa e Stati Uniti, aprendo la via all’Espressionismo Astratto.

Il volto scavato, il profilo leggermente adunco, gli occhi ardenti, i capelli scuri come le penne di un corvo, l’aspetto di Vostanig Adoian non rinnegava certo le sue origini medio-orientali. L’area caucasica, “ponte” fra Europa e Asia, fu la culla dei primi tormentati anni della sua esistenza, quando con la madre e le sorelle apparteneva alla comunità armena della regione di Van, area che nel 1915 fu teatro del primo genocidio della storia, perpetrato ai danni della popolazione cristiana per mano degli Ottomani.

L’anno di nascita non è certo (aprile 1904?),

mentre è provata la data della fuga che tra il 1919 e il 1920, dopo la morte della madre, portò l’adolescente Vostanig negli Stati Uniti e gli permise di stabilirsi nel Massachusetts, raggiungendo il padre e il fratello che già da tempo là erano emigrati.

Arshile Gorky, Nighttime, enigma and nostalgia, ca 1931-32, pen and ink on board, cm 66.2 x 86,7

Non era ancora ben chiara in lui la vocazione d’artista. Dalla fabbrica dove fu ingaggiato venne però cacciato perché dipingeva sui muri della proprietà. Era semianalfabeta, ma già si aprivano in lui scenari interiori che lo avrebbero portato alla pittura e, tramite la frequentazione della scuola d’arte a Boston, alla progressiva conoscenza e comprensione del messaggio della produzione artistica europea.

Anche la poesia e la scrittura, cui gradualmente si avvicinò, esercitavano grande attrazione su di lui. Dopo essersi trasferito a New York, nel 1924, ed essere diventato in breve docente presso la Grand Central School of Arts, scelse di chiamarsi Arshile Gorky ispirandosi al nome dello scrittore Maksim Gor’kij: forse in omaggio al genio letterario forse perchè russo, e quindi appartenente a un popolo che degli Armeni fu alleato negli anni delle persecuzioni più efferate.

Gli Impressionisti, e soprattutto prima Cézanne e poi Picasso furono i “fari” luminosi che condussero Gorky – che lavorava instancabilmente a opere su tela, spesso esposte al Whitney Museum, come a murali, su commissione pubblica – verso l’appropriazione di uno stile personale.

Certamente studiò l’arte del Vecchio Continente a fondo, da “appassionato scrutatore” (come lo definì Meyer Schapiro), e ne trasse molte suggestioni al punto da essere spesso accusato di attingere a un maestro (le nature morte) e all’altro (i ritratti) senza parsimonia.

Lui si difese nel ’37, in un discorso tenuto alla riunione degli American Abstract Artists:

“Siamo tutti apprendisti, rubiamo dal passato. L’unica differenza è che io lo ammetto”.

Negli anni Cinquanta il critico Harold Rosenberg riflettè su questo aspetto della personalità dell’armeno nello scritto “Arshile Gorky, The Man, The Time, The Idea”: “Questo maestro ci ha insegnato con l’esempio che l’artista di oggi dovrebbe essere la personificazione dell’intera storia dell’arte…”.

Gorky passava infatti molto del suo tempo alla Frick Collection e al Metropolitan Museum ad esaminare le opere di artisti di ogni epoca. Paolo Uccello e Jean-August-Dominique Ingres erano i suoi preferiti. Ma soprattutto i maestri del Novecento esercitarono su di lui un influsso molto forte: Kandinsky, Picasso, Braque, Léger, de Chirico, Mirò. Il Cubismo, in particolare, improntò la sua ricerca dalla fine degli anni Venti ai Trenta.

Arshile Gorky, Apple orchard, 1943-48 ca, cm 42×52

Una sorta di biomorfismo di gusto surreale intanto germinava nelle sue tele preannunciando l’interesse verso la natura

(le estati nelle campagne del Connecticut!) che negli anni Quaranta avrebbe segnato la sua produzione espressionista-astratta. Il russo John Graham, anch’egli esiliato, e lo statunitense Stuart Davis gli furono vicini in quegli anni, anche se quest’ultimo, proveniente da ambienti WASP, non accettava i suoi esotismi. Stuart confidava in un suo testo dedicato all’amico a metà anni Cinquanta: “(Gorky) attaccava con un numero basato sui canti e sulle danze popolari della sua terra natia.

L’esibizione occupava un sacco di spazio e i vocalizzi che l’accompagnavano annegavano qualunque conversazione”. Furono poi l’olandese Wilhelm de Kooning e il cileno Roberto Mattaa diventare suoi sodali, nonché compagni di “esplorazioni” artistiche. André Breton, poeta e teorico del Surrealismo, arrivò in America nel 1944, e subito riconobbe nella pittura di Gorky matrici surrealiste e tracce di automatismo psichico.

Arshile Gorky, portrait of Akho, 1937, oil on canvas, cm 49,5 x 38,1

La nipote del pittore, Saskia Spender, racconta nel catalogo della mostra veneziana come Breton avesse aiutato Gorky a titolare le sue opere facendo leva sul ruolo giocato dall’analogia nel linguaggio dell’artista che partiva spesso da dati emotivo-sensoriali per filtrarli poi attraverso la cultura che aveva acquisito. Ascoltando i commenti affascinanti e visionari che fluivano dalle sue labbra, Breton estrapolava brevi frasi e parole, assegnandole come titoli alle tante opere ancora “senza nome” poste sui cavalletti.

Arshile gorky, The liver is the cock’s comb, 1944 oil on canvas , cm 186 x 249,9

Julien Levy, il gallerista newyorkese specializzato in arte surrealista, ospitò nel ’45 una mostra di Arshile Gorky affidandone la presentazione a Breton. Nonostante il pieno appoggio di quest’ultimo, gli esiti dell’esposizione non soddisfarono Gorky il cui animo era incline all’amarezza e alla rievocazione degli spettri del passato.

Presto gravi problemi di salute e dissapori con la moglie Mougouch sarebbero sopravvenuti a minare il suo fragile equilibrio e lo avrebbero portato nel luglio ‘48, poco più che quarantenne, al gesto estremo del suicidio.

Nello stesso anno e mese i suoi quadri furono esposti a Venezia, nel Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale e in una mostra organizzata da Peggy Guggenheim. Successivamente, alla Biennale del ’50, a rappresentare l’America furono solo tre pittori: Pollock, de Kooning, Gorky. Le loro opere diventarono incipit del percorso di generazioni future e affermazione del primato dell’arte statunitense su quella europea. Lui, Arshile, non l’avrebbe saputo mai.

All images 2019 the Arshile Gorky foundation / Artista right society (ars) NY