“La strada è l’opera attraverso la quale mio padre (il regista Stephen Gyllenhaal) si è innamorato del cinema e ha iniziato la sua carriera che poi ha segnato per sempre la mia”. Con queste parole dedicate a Federico Fellini, Jake Gyllenhaal si rivolge al pubblico.

Jake Gyllenhaal

Disinvolto, garbato, ironico, antidivo per umiltà (nonostante il pubblico, soprattutto femminile, lo osanni) il protagonista di “Brokeback Mountain”, per il quale Jake ha ricevuto la sua prima nomination agli Oscar, e di tanti altri successi come “Donnie Darko”, “Jarhead” e il recente “Ani- mali notturni” di Tom Ford, condivide flash e riflettori con Jeff Bauman, reale protagonista della tragica vicenda che ha ispirato “Stronger “, il film di cui è l’interprete principale.

In che cosa si è ritrovato e cosa ha fatto suo del capolavoro di Fellini?

“La strada racconta anche delle tribolazioni del regista, di quanto sia difficile realizzare un film quando il solo a crederci sei tu. Mi ha sempre colpito, in quest’opera, la combinazione tra la commedia e il profondo dolore che la pervade. Ci sono, poi, i circensi, in cui mi ritrovo molto”.

Un aggettivo per definire il regista Ang Lee (Brokeback Mountain) e un altro per David Fincher che l’ ha diretta in Zodiac

“Davvero difficilissimo! (Ride). Per definire il primo non userei un aggettivo, ma l’espressione: “un cuore con le gambe”. Per Fincher, invece, il termine più appropriato è: precisione”.

Ricordando Brokeback Mountain…

“Leggendo la sceneggiatura ho pianto e ho deciso che volevo a tutti costi questo ruolo, ma era necessario trovare la giusta coppia di attori. Quando il regista ha visto me e Heath (Ledger, scomparso prematuramente) non ha avuto più dubbi e, un mese dopo, mi ha comunicato che la parte era mia. Ero consapevole del fatto che la tematica fosse forte (nel 2005 l’omosessualità, nel cinema, non era stata ancora sdoganata), ma sentivo quella storia come una qualunque relazione amorosa senza badare ai pregiudizi e alle conseguenze. Oggi, a distanza di dodici anni, sembra che il mio paese sia invaso da paura, degrado culturale e una certa dose di confusione. Questo, tuttavia, mi rafforza come uomo e persona che si fa portavoce di valori tra cui il diritto di amarsi liberamente”.

Cosa la interessa?

“Mi affascinano l’esperienza umana e i processi imponderabili dell’inconscio”.

Come si prepara a interpretare un personaggio?

“Ho fatto film di ogni tipo e non seguo regole, ma cerco di rispettare più possibile il testo, i colleghi e il regista dell’opera. Mi faccio trasportare dall’energia che si avverte sul set; l’ unico vincolo che riconosco è la preparazione, il resto è libertà”.

L’attentato alla maratona di Boston dell’ aprile 2013, fa da sfondo al film “Stronger”, ispirato alla reale vicenda di Jeff Bauman che, in quel tragico evento, ha perso gli arti inferiori.

“Io e Jeff abbiamo passato molto tempo insieme, c’erano tanti e differenti aspetti della sua storia da esplorare. Ho avuto la possibilità di entrare in contatto con la realtà di quest’uomo straordinario, di incontrare la sua comunità, i medici che gli hanno salvato la vita e quelli che gliel’hanno migliorata, rimettendolo in piedi. Sapevo che, nonostante tutto l’impegno impiegato nella ricerca, non avrei mai veramente compreso quello che Jeff aveva vissuto, quindi mi sono limitato a raccontare la storia nel modo più onesto possibile”.

Cosa le ha insegnato questa vicenda?

“La sfida fisica ed emotiva di Bauman, sicuramente, ha cambiato la mia vita. Mi ha fatto rendere conto di quale assurdo lavoro faccia, ma anche di quanto sia importante per la sua capacità di raccontare storie. E’ un film che comunica positività e insegna a lottare per superare ogni ostacolo”.

Un regista contemporaneo con cui desidererebbe lavorare?

“Vorrei essere diretto da Pedro Almodóvar”.