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Dalle silfidi eteree delle passerelle ai corpi dalle pose forzate, Hikari Kesho, fotografo padovano autore di numerosissime campagne pubblicitarie di successo, racconta il suo graduale passaggio dalla moda alle arti performative attraverso la pratica dello shibari, un’antica forma artistica di legatura del paese del Sol Levante.

Gli esordi, la prima macchina fotografica, come nasce la passione per la fotografia e come è giunto alla moda?

La mia prima macchina fotografica è stata una Kodak avuta in regalo all’età di 10 anni (conservo ancora alcune foto in bianco e nero scattate ai miei parenti) e da allora non ho più smesso di fotografare. Una grande passione alimentata dal nonno paterno, che mi ha dato le basi, regalato i primi manuali di fotografia e con cui condividevo intere giornate in camera oscura a sviluppare e stampare le lastre di vetro della sua Voigtlander a soffietto che tutt’oggi custodisco gelosamente nella mia collezione.

Il passaggio alla moda nasce dal desiderio di comunicare attraverso il corpo. Nel corso degli anni ho avuto approcci col reportage e con la fotografia sportiva ma sentivo dentro la necessità di creare e non di essere solamente un testimone passivo, qualcosa molto più simile al cinema, al rapporto registrattore in modo da esprimere le mie fantasie, le mie emozioni. In quel momento la fotografia di moda era quella che più rispondeva alle mie esigenze.

Nonostante le numerose affermazioni ha scelto di percorrere un cammino arduo e insidioso deviando verso progetti artistici: quando e come avviene il passaggio tra questi due mondi?

In realtà, la mia figura di fotografo amatoriale precede di molti anni quella del fotografo professionista, a cui sono approdato per “giustificare” l’ingente impegno sia di tempo, sia economico, che richiedeva dedicarmi a questa passione. Ovviamente, una volta passato al professionismo, tutte le mie energie e le mie ricerche erano indirizzate al miglioramento e allo sviluppo del settore su cui avevo deciso di cimentarmi: la moda.

Non ho, però, mai tralasciato definitivamente le mie ricerche personali, dove ero comunque libero di esprimermi al di là dell’esigenze della committenza, le vivevo come uno sfogo personale, attimi di libertà spirituale cui dedicavo tempi molto marginali rispetto al lavoro commerciale che diventava sempre più entusiasmante e stimolante, anche dal punto di vista della creatività, e nel quale ero proiettato anima e corpo a tempo pieno.

Cosa ha portato con sé dall’esperienza nella moda in questo nuovo viaggio?

In primis la tecnica fotografica: l’uso delle luci, la gestione dei colori, il gusto per l’inquadratura, la capacità di gestire un set anche in condizioni difficili o avverse, sono il frutto di trent’anni di esperienza nella fotografia di moda, dove, a differenza di altri settori, dev’essere per forza “buona la prima”. Quando coinvolgi diversi soggetti, i relativi costi di produzione sono enormi e devi fotografare campionari pronti solo pochi minuti prima dello shooting e in partenza subito dopo. Così capisci che non puoi sbagliare, che non esiste una seconda opportunità e senti sulle tue spalle il peso dell’investimento fatto dal cliente e della fiducia che in te ha riposto . Nelle mie “incursioni fotografiche” di shibari tutto questo è di fondamentale importanza.

Cosa è lo shibari e come nasce il suo interesse per questa pratica?

In origine lo Shibari (atto di legare qualcuno) è nato in Giappone come una forma di incarcerazione usata dalla polizia e dai Samurai tra il 1400 e il 1700. Questa pratica è all’origine dello Hojo-justu e di alcune altre arti marziali. Successivamente, adottato dal teatro Kabuki, assume una connotazione di forma espressiva e di arte erotica, in tempi moderni assume anche una valenza di rituale, con una grande componente estetica e forti coinvolgimenti emotivi tra colui che lega, nawashi, e la persona legata.

Quale è il suo approccio con la modella e con il suo corpo nella veicolazione della sua estetica?

Ho sempre visto il corpo femminile, in tutte le sue forme, come un’opera d’arte, una scultura vivente e ho sempre cercato di rappresentarlo come tale, associando però a un’estetica di forma classica elementi di provocazione o trasgressione. Non cerco un canone estetico ben preciso ma, al contrario, sono le diverse caratteristiche caratteriali, espressive, estetiche delle modelle che incontro ad influenzare la mia emotività. Ovviamente le modelle devono in qualche modo condividere questa visione del loro corpo, altrimenti verrebbe a mancare l’empatia necessaria.

Nel progetto fotografico Boundless rovescia l’ideale femminino contemporaneo, abbandona i corpi esili della moda e lega donne dalle linee rinascimentali. E’ come se non esistesse un canone estetico dominante tendente alle forme esili ed affusolate o l’identificazione della bellezza con la magrezza, ma una dimensione femminile assoluta e primordiale, un archetipo di donna feconda che affonda nel patrimonio genetico dell’umanità sin dai tempi più antichi, testimoniato dalle Veneri del Paleolitico, con il massimo esempio dell’espressione delle forme nella Venere di Willendorf.

Quali sono i suoi modelli di riferimento e a quali canoni si ispira nella realizzazione delle sue foto?

Gli autori a cui più mi sono ispirato nella mia carriera di fotografo, sia in campo commerciale che artistico, sono Helmut Newton, Robert Mapplethorpe, Albert Watson. Ho sempre seguito molto anche la produzione di Araki, che amo molto come artista, ma devo dire che a dispetto di quello che potrebbe sembrare da una lettura superficiale delle mie foto, non è mai stato fonte di ispirazione per me, dato l’approccio totalmente diverso dal mio che ha sia nella tipologia delle immagini che nel rapporto coi soggetti fotografati.