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“Ho deciso di diventare un artista all’età di cinque anni, dopo aver trovato una coppia di disegni a pastello di mio padre, uno del suo cane e un altro di un pappagallo, messi via in un mobiletto. Capii già allora che alcuni oggetti della vita quotidiana sono più importanti di altri… Da quando ragazzo ho trovato quei disegni di mio padre, ho sempre saputo che l’arte trascende…”1

Dopo quasi mezzo secolo, la bellezza trascendente sta facendo un controverso ritorno sia nell’arte contemporanea sia come concetto nella teoria dell’arte contemporanea e nella critica. In modi diversi, la bellezza può essere vista nel lavoro di artisti eterogenei come Nicolas Poussin, Mark Rothko, Robert Mapplethorpe e Bill Beckley.

E’ evidente nella forza vigorosa degli ultimi lavori di Beckley. Forse l’idea di bellezza è sempre stata al centro dell’estetica di Beckley. Mentre i suoi fotomontaggi “story” degli anni ’70 e ’80 comunicavano l’ironia che immagini apparentemente benigne potessero rappresentare in realtà qualcosa di sinistro, e che la “verità” non può essere affidata a testo e immagine, la bellezza nei lavori di Beckley è sempre stata presente.

Per quasi quarant’anni, Bill Beckley ha sfidato il nostro giudizio sull’arte, su noi stessi e sul mondo. Accanto ai pionieri sperimentali degli anni ’70 quali Sol LeWitt e Bruce Nauman, il lavoro di Beckley si allontanò fin da subito dal perseguimento degli obiettivi più tradizionali dell’arte: bellezza visiva, abilità tecnica e l’espressione dell’io interiore dell’artista. Beckley utilizzò una grande varietà di tecniche – fotografie, installazioni e performance – per attaccare le tradizioni nella produzione d’arte e la sterilità del minimalismo.

Attratto dalla frugalità intellettuale delle astrazioni di Brice Marden e dal lavoro concettuale di Sol LeWitt, Beckley si lasciò profondamente ispirare anche dal lavoro di Mark Rothko e Barnett Newman. La sua opera Roses Are, Violets Are, Sugar Are (1974) raffigura l’uso iniziale da parte dell’artista degli steli dei fiori, riprodotti su campi di colore rosso, giallo e blu, ispirati alle serie Who’s Afraid of Red, Yellow and Blue di Newman (1966-70).

Gli steli dei fiori di Beckley appaiono come sottili linee verticali o “zip” come li chiamava Newman, su campiture solide di colori primari che definiscono la struttura spaziale delle fotografie, dividendo e unendo simultaneamente la composizione. Inoltre, le fotografie di Beckley intitolate Stations dal 2001 vengono identificate come un omaggio alle serie elegiache di dipinti in bianco e nero
The Stations of the Cross (1958-66) di Newman.

Gli ultimi anni ’70 e gli anni ’80 furono un periodo di transizione per Bill Beckley.

Il suo lavoro interrogava e al tempo stesso abbracciava l’intenso dialogo teoretico proprio del linguaggio postmoderno che univa installazioni, giochi concettuali, testi e appropriazioni dell’immaginario culturale generale.

Negli anni ’80 e ’90 la fotografia concettuale di Beckley diventò sempre più diversificata e il suo linguaggio figurato si focalizzò sul modo in cui le immagini si fanno portatrici di significato. I lavori narrativi di Beckley integravano immagini e testo per enfatizzarne la molteplicità di significati e l’ambiguità così come la consapevolezza della loro natura costruita, molto simile al lavoro di altri colleghi artisti come Jeff Koons e Cindy Sherman.

Tuttavia, anche queste produzioni di carattere intellettuale avevano un equilibrio finito e un’eleganza formale. Sono stati quest’equilibrio ed eleganza a rendere l’arte di Beckley dell’ultimo decennio così convincente.

Le sue fotografie di papaveri e calle perpetuano un’attenzione rigorosa alla linea, alla simmetria e al disegno, mentre la dimensione, la ripetizione seriale e il colore sono in continua sperimentazione. Il suo rigoglioso utilizzo del Cibachrome porta in primo piano immagini raffiguranti vasi di vetro e posacenere, indagando su colore e forma come puro stimolo visivo.

Fotografate come campi di dettagli, le immagini smentiscono le loro umili origini e, invece, incoraggiano lo spettatore a riflettere sul concetto di bellezza, sul ruolo della bellezza nella cultura e nella società e sulla sua presenza nell’arte contemporanea.

Piuttosto che mere “belle immagini”, il grande formato delle fotografie su Cibachrome di Beckley raffiguranti fiori e recipienti di vetro sono il culmine di quattro decenni trascorsi nel fare arte sulle idee. Esse sono parte della storia dell’arte di Beckley – passi lungo una traiettoria che va da progetti concettuali e oggetti-testo a fotografie di oggetti che risuonano come segni di una grande ricchezza culturale, formando parte della storia dell’arte occidentale.

La verticalità lineare degli steli e dei fiori di Beckley istituisce una tensione fra oggetto e vuoto e la loro ripetizione quando esposti in gruppi, deve molto all’influenza delle prime pitture nere di Frank Stella, con la loro applicazione metodica di fasce e strisce dipinte.I fiori di Beckley nella serie del 2003 Whirling Dervish si offuscano come in una rotazione a rallentatore carica di ebbrezza, evocando lo stesso luccichio retinico dei riverberi visivi provocati dai vuoti e dalle strisce di Stella.

Inoltre, nelle opere di Beckley, troviamo un riferimento anche ai dipinti di Barnett Newman e alle immense catmpiture di colore tagliate verticalmente con strisce vuote di tela grezza o con le sue “zip”. In questo viaggio di quarant’anni l’arte di Beckley ha esplorato la sintesi degli opposti: verità e finzione, razionalità ed intuizione, controllo e spontaneità, rappresentazione e realtà, permanente ed effimero.

Le ultime fotografie combinano la purezza dell’esperienza visiva astratta con la primordiale esuberanza dei colori saturi. Per tutta la loro bellezza sensuale – sia che si tratti di fragili fiori sia di potenti turbinii di vetro ribollente – queste opere offrono allo spettatore molto più che soddisfazione visiva.

Spetta all’osservatore trovarne i riferimenti ed avviare tali connessioni. I papaveri di Beckley, squisiti ed attenuati nel loro sollevare baccelli di oppio sono immagini belle, ma anche di decadenza, accattivanti e dolci, inebrianti e pericolose. Sono i papaveri da oppio dell’Afghanistan, fonte di finanziamento per i Talebani e Al-Quaeda, i papaveri da eroina che alimentano la grande jihad contro l’Occidente e gli Stati Uniti.

Le ultime immagini di Beckley – fotografie luminose e su larga scala di oggetti di vetro come vasi e posacenere – trascinano lo spettatore in un vorticoso ed allucinatorio turbine di colori saturi, uno stato di romanticismo, decadenza ed indulgenza. La pericolosa bellezza delle calle e dei papaveri da oppio si è guastata, sparsa in pozzanghere di esperienza sensuale.

Con il loro uso ricco di colori che sembrano gioielli, movimento e incantevoli disegni, questi lavori comunicano la sostanza ed il potere associativo del colore. Catturano la nostra immaginazione con la loro complessità visiva e il loro contenuto enigmatico, con titoli come “Baby Bear”, “Empty Spot” e “The Adorable Blue Bottle Behind”. Sia per lo spettatore sia per l’artista essi rappresentano una modalità visiva nuova.

Bill Beckley nasce nel 1946 e frequenta l’accademia d’arte alla Tyler School of Art, Università di Temple, Philadelphia. Due professori esercitano una particolare influenza su di lui – Stephen Greene e Italo Scanga. Pittore del color field Stephen Greene lo presentò a Frank Stella, inserendolo nell’influenza dominante del minimalismo degli ultimi anni Sessanta e Settanta.

Durante la sua carriera accademica, il suo professore Italo Scanga (docente anche di Bruce Nauman) esercitò una grande influenza sul pensiero di Beckley e attraverso Scanga, Beckley fece la conoscenza di Bruce Nauman e Sol LeWitt.

Beckley ha esposto ampiamete in America e in Europa dal 1970. Le sue opere si trovano nelle collezioni del Museum of Modern Art, il Whitney Museum e il Guggenheim Museum di New York, il Museo di Belle Arti di Boston, e il Museo Hoffmann Sammlung di Berlino. E’ docente di semiotica, di letteratura e di cinema presso la School of Visual Arts di New York ed è editore della la serie Aesthetics Today, una serie di libri su tematiche contemporanee dell’estetica, pubblicata da Allworth Press e The School of Visual Arts di New York.